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4 marzo 2013

Perché è importante mantenere le amicizie (e allargare la tua cerchia)


Le donne hanno poco TEMPO. In generale. E purtroppo una delle conseguenze più frequenti è che arrivino a eliminare un elemento essenziale: le amicizie.
Non si può fare scelta più sbagliata! E l’effetto sarà un notevole calo della qualità della nostra vita.
Ok, non siamo più a scuola dove con le amiche passavi tutto il pomeriggio. Adesso hai un lavoro, una famiglia, mille impegni. Ma questo non vuol dire cancellare totalmente questi rapporti. Le amicizie sono importanti per tanti versi:

•   rappresentano un ambito di svago, di divertimento, di relax;
•   possono aiutarti nei momenti difficili, ascoltarti, consigliarti;
•   arricchiscono la tua vita, impedendoti di rimanere imbrigliata nel triangolo casa / lavoro / famiglia;
•   ti permettono di scambiare opinioni, conoscere cose nuove, crescere e migliorare;
•   ti permettono di mantenere un legame con i tuoi ricordi, il tuo passato. Quante volte capita di ricordare i bei momenti dell’infanzia o dell’adolescenza con gli amici conosciuti tra i banchi di scuola?

Per queste e per altre OTTIME RAGIONI, è necessario che nella tua vita ritagli del tempo per continuare a frequentare le tue amicizie. Non devi vederle come una perdita di tempo o come un lusso che non puoi più permetterti. Non convincerti di queste cose perché, in cuor tuo, sai benissimo che non sono vere. Gli amici sono importanti, sono le persone a fianco delle quali cresciamo a ci accompagniamo negli anni.
Non dobbiamo cancellare questi rapporti nascondendoci dietro a un generico “non ho tempo” o “non riesco a trovare un giorno adatto”. Se si vuole, il tempo si trova. Fosse anche solo 1 volta al mese, o ogni 3 mesi, non importa. Basta trovarlo. E se non ci si vede spessissimo, si possono comunque mantenere i legami scrivendosi un’email o telefonandosi. Ormai i moderni mezzi di comunicazione hanno azzerato le barriere, perciò non abbiamo più scuse. Provi a organizzare degli incontri ma le tue amiche sono sempre presissime? Una semplice soluzione: organizza con molto ANTICIPO. Dai loro il modo di tenersi la serata libera e di gestire eventuali baby sitter. Oppure, in casi estremi, potete trovarvi direttamente a casa di una o dell’altra. Sarà magari meno “mondano”, ma è più che sufficiente per fare quattro chiacchiere.



Oltre a mantenere le amicizie correnti, è consigliabile anche cercare di ampliarle. Specie se le nostre amiche non condividono determinate problematiche od opinioni che abbiamo. Per questo ci torna utile anche internet. Il web offre una miriade di FORUM e siti dove parlare con donne che vivono situazioni simili alle nostre, in ogni ambito. Frequentare donne simili a noi è senza dubbio un’ottima forma di supporto e una fonte di consigli e soluzioni. Assolutamente raccomandato!
E se vuoi parlare con la community di LeiDonnaWeb clicca qui. 

http://www.leidonnaweb.it/attualita/item/139-perche%E2%80%99-e%E2%80%99-importante-mantenere-le-amicizie-e-allargare-la-tua-cerchia.html



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Donna: multitasking insostituibile


Negli ultimi decenni per il genere femminile é molto meno difficile dare certezza dei propri mezzi e trovare lo spazio in cui allocare le potenzialità ed esprimerle. Certamente quote rosa a parte e perbenismo smielato non garantiscono alle donne di conquistare posti senza dubbi, domande, critiche e complimenti. Ma statistica e realtà danno ragione al mondo delle donne: sono migliori dell’uomo e riescono ad essere produttive e risolutive molto più dei loro colleghi maschi in qualsiasi campo. Sono loro gli esseri multitasking della nostra epoca. Probabilmente lo sono da sempre.



A convalidare questa affermazione sono i recenti studi a Londra sul quoziente intellettivo. Gli studi iniziati già negli anni ottanta ed effettuati dallo scienziato e psicologo James Flynn, carica mondiale in merito, hanno visto crescere l’ingegno del gentil sesso soprattutto nei Paesi occidentali, lì dove la parità dei sessi è raggiunta o quasi. E il sorpasso si ha ormai in larga scala coinvolgendo anche paesi come l’Australia, la Nuova Zelanda, l’Estonia e l’Argentina. “La modernità è stata uno stimolo più per le donne che per gli uomini” sostiene il professore James Flynn.
A quanto pare questa attitudine si deve allo stress che la donna è indotta a vivere nella quotidianità e che la vede protagonista nel gioco dei ruoli: a casa, in famiglia, e al lavoro per la carriera. L’essere più libere ed autonome, districarsi continuamente tra differenti situazioni "problem solving" e svolgere più cose contemporaneamente attua la tendenza a sviluppare una maggiore intelligenza.
Non era mai accaduto: l’analisi dei test sul QI fa tagliare il traguardo ad Eva e lascia il secondo posto sul podio ad Adamo.

http://www.leidonnaweb.it/attualita/item/188-donna-multitasking-insostituibile.html

Donne al lavoro. Quando la competizione si fa dura


Indipendentemente dal settore, molto spesso noi donne ci ritroviamo a lavorare a stretto contatto con altre donne, in ambienti a maggioranza femminile. Scuole, ospedali, negozi, uffici: in qualsiasi ambiente lavori, probabilmente vivi anche tu una situazione simile.
E nonostante noi tutte pensiamo che le donne valgano molto sul lavoro (tale da essere insostituibili), stare gomito a gomito spesso ci crea PROBLEMI. E non mi riferisco alla leggenda metropolitana secondo la quale se lavoriamo con altre donne il ciclo tende a sincronizzarsi nella stessa settimana, ma parlo di invidie, pettegolezzi, cattiverie e competizione. Tutti fattori che nelle lavoratrici tendono a trovare terra fertile e a complicarci la vita professionale.
Ma perché succede?
Ecco alcune possibili spiegazioni.
Noi donne tendiamo a prendere il lavoro più puntigliosamente dei colleghi maschi. Questo spesso ci fa diventare troppo PERFEZIONISTE e ci porta ad avere grandi pretese nei confronti di chi lavora con noi. Se poi scopriamo che una collega, a causa di qualche problema sentimentale, rende un po’ meno…apriti cielo! “È una sciocca”, “Li trova tutti lei quelli sbagliati”, “Non può portare i problemi personali sul lavoro” sono tra i commenti più frequenti (e anche più maligni).
Altra spiegazione: noi donne prendiamo tutto troppo di petto. Non è tra le nostre peculiarità il LASCIAR CORRERE, la capacità di dare il giusto peso alle cose. Gli uomini alle volte ci sembrano superficiali e stupidotti, ma in realtà così riescono a evitare di incastrarsi in situazioni spiacevoli senza reali motivi.
Se a questo aggiungiamo il fatto che noi donne spesso coviamo rancore per mesi e abbiamo difficoltà ad avere confronti sinceri e aperti con le persone con cui abbiamo dei problemi…bhe, la frittata è fatta!
Un’altra spiegazione è spesso legata all’INVIDIA. Se una collega è più carina, è più magra, ha un fidanzato più bello o simili, ecco che scatta la molla dell’antipatia. E non serve nascondersi dietro alla scusa del “a pelle non mi piace”, sappiamo bene che il motivo è un altro. Ma invidiare e creare attriti con ci rende più belle o più magre, e non rende la collega più brutta o più grassa.
Soluzioni?
Ecco qualche ragionamento da fare per evitare di creare problemi inutili.
Punto 1: cerchiamo di non eccedere nel perfezionismo. Lavorare bene è giusto, ma dobbiamo ricordarci che siamo tutti essere umani. Avere giornate storte o periodi difficili è normale, capita anche a noi! Quindi, non abbiamo il diritto di mettere in croce una collega che non rende abbastanza. Piuttosto, potremmo provare a tirarla su di morale, magari sentire il conforto di una collega l’aiuterebbe a lavorare meglio. Se poi la collega non lavora bene intenzionalmente, o perde tempo, o “ce ne ha sempre una”, allora potrebbe essere il caso di intervenire, però sempre meglio farlo in modo CORRETTO e solo se il suo scarso rendimento ci tocca direttamente. Prova a parlarne in modo tranquillo e sincero con lei e se le cose non cambiano coinvolgi il vostro superiore.



Punto 2: prendiamo la vita con più morbidezza. Fare muso duro a tutto quello che succede rovina la vita a noi e agli altri. Non è detto che quello che accade sia fatto contro di noi (anzi, nella maggior parte dei casi noi non c’entriamo nulla). Lasciamo correre, discutiamo solo se la cosa ci crea davvero dei problemi, farne una “questione di principio” è la scelta più sbagliata. E se c’è davvero un problema impariamo a parlarne, covare rancore a rabbia non serve a nulla. Un confronto SERENO ED EDUCATO con la diretta interessata risolve la maggior parte dei problemi.
Punto 3: basta con le invidie. Se una collega è più magra, perché invece di sparlarle dietro non ci facciamo amicizia e non le chiediamo i suoi segreti per una linea perfetta? Magari potremmo prendere l’abitudine di uscire a pranzo con lei e vedere cosa mangia: potrebbe essere un buon esempio da seguire! Una perla di saggezza popolare diceva di farsi amici i peggiori nemici, perché c’è sempre qualcosa da imparare.

Sai che esiste finalmente un sistema di Gestione del Tempo studiato apposta per le Donne?! Un metodo per organizzare il LAVORO, la CASA e la FAMIGLIA in modo da avere PIU’ TEMPO PER TE STESSA e per le cose che ami.
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http://www.leidonnaweb.it/attualita/item/324-donne-al-lavoro-quandola-competizione-si-fa-dura.html 

15 febbraio 2013

Violenza sulle donne






ROMA - Le donne ne parlano poco, a fatica, e di solito dopo molto tempo. Ammettere che per anni si è pianto ma sopportato, sofferto ma non denunciato, spesso davanti ai figli, senza aver la forza di rompere le catene, è qualcosa che fa male, troppo male. Eppure è così. La maggior parte delle donne vittime di violenza tra le mura domestiche resta con il proprio partner. Per sempre, per un periodo lungo, per alcuni anni: comunque la rottura non è immediata e molto dipende dall'età delle donne, dalla presenza dei figli, dalla regione in cui si vive.

Fuggire da mariti, fidanzati, padri aguzzini sarebbe la cosa più ovvia, più giusta, mettersi in salvo, proteggere i figli. E invece si resta: per paura, per povertà, per dipendenza. O altro. Quasi fosse una specie d'amore malato. "Mi picchiava per gelosia, così credevo...". Sono questi i risultati, sorprendenti e amari, di una ricerca dell'università di Bologna e della Fondazione Icsa, presieduta da Marco Minniti, dal titolo "Strategie di risposta alla violenza: chi resta e chi va". Quanto conta l'età, l'avere figli, vivere al Sud o al Nord...
Così, ad esempio, si legge nello studio curato da Federica Santangelo con la supervisione di Asher Colombo, docente di Sociologia all'università di Bologna,, fra le donne nate negli anni Sessanta e Settanta "il 50 per cento abbandona il partner entro otto anni dall'inizio della relazione violenta". Un tempo che si dimezza, scendendo a quattro anni e mezzo per le donne del decennio successivo (1971-1980), contro i dodici mesi delle più giovani, nate dopo gli anni Ottanta. Mentre invece per le donne anziane, o comunque vissute tra gli anni 40 e 50, la statistica è quasi inesistente, perché era davvero raro che si fuggisse da un marito persecutore, in assenza, anche, della legge sul divorzio, arrivata in Italia soltanto nel 1970.
Numeri che raccontano abusi ripetuti, case che diventano prigioni e abissi di dolore, con bambini spaventati costretti ad essere testimoni di violenze, che li cambieranno per sempre. Un dato interessante della ricerca dimostra infatti che l'aver assistito da piccoli ad abusi familiari, rende poi le donne più vulnerabili alla violenza di coppia, mentre i maschi tenderanno a ripetere da adulti ciò che hanno visto fare al padre. Un'eredità familiare malata dunque. "I figli apprendono l'uso della violenza, e interiorizzano norme che giustificano ruoli di genere, nei quali la donna sia vittima, e all'uomo sia consentito adottare forme di coercizione fisica e sessuale".
E i dati in generale sulla violenza sessuale, dentro e fuori le mura domestiche, il 7,8 per cento di tutti i reati denunciati e gli unici in ascesa invece che in calo, dicono che non c'è differenza tra Nord e Sud. Anzi è tra le regioni del Centro Nord che si registrano (dati Istat) il maggior numero di aggressioni contro le donne, in Lombardia, Toscana, Emilia Romagna.
Raccontava una giovane mamma rifugiata con i due figli in uno dei centri antiviolenza di Roma: "Chiudeva la porta a chiave ed alzava la televisione. Poi con un grosso asciugamano arrotolato e bagnato mi picchiava con rabbia. E quando uscivo pretendeva che coprissi braccia e gambe per non far vedere i lividi. Ma non riuscivo a lasciarlo: non avevo né soldi né amici, non sapevo dove andare. Sono scappata mentre lui era al lavoro, con l'aiuto di una vicina...".
Ma perché è così difficile abbandonare un partner che picchia, umilia, stupra? Nella ricerca dell'università di Bologna sono tre i fattori che bloccano le donne, che le "congelano" in balia di mariti, compagni, fidanzati torturatori: la durata della relazione allo scattare del primo episodio violento, la zona geografica di residenza, e la presenza o meno di figli.
E se per una donna l'essere nata e vissuta al Sud può voler dire mancanza di lavoro e dunque di autonomia (elementi fondamentali per riconquistare la libertà) è davvero la presenza di figli a far esitare le vittime delle violenze domestiche nel decidere di rompere la relazione. In ogni caso, questa è la conclusione dello studio, la violenza di coppia spesso fa parte di un ciclo che parte, anche, dall'infanzia e dalle radici familiari. Ed è da lì che forse bisogna interrompere la catena degli abusi.

11 aprile 2010

La violenza sulle donne


La violenza sulle donne non ha tempo né confini, è endemica e non risparmia nessuna nazione o paese, industrializzato o in via di sviluppo che sia. Non conosce nemmeno differenze socio-culturali, vittime ed aggressori appartengono a tutte le classi sociali, perché al di là di quello che tutti i giorni viene mostrato dai media il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri, seguiti dagli amici, vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro. Secondo l’Oms una donna su cinque ha subito, nella sua vita, abusi fisici o sessuali da parte di un uomo. La violenza domesticaIn Gran Bretagna molte donne vengono picchiate a sangue dal partner, in Canada e in Israele è più probabile che una donna venga uccisa dal proprio compagno che da un estraneo. In Russia, un omicidio su cinquanta è compiuto dal marito, ma la violenza contro le donne è diffusa anche nelle avanzate democrazie scandinave: Marianne Eriksson, parlamentare europea della Svezia, qualche anno fa ha dichiarato che, nel suo paese, “ogni dieci giorni una donna muore in seguito agli abusi subiti da parte di un familiare o di un amico”. E negli Stati Uniti, ogni 15 secondi, viene aggredita una donna, generalmente dal coniuge: non è un dato riferito un’organizzazione femminista, ma da una severa rivista giuridica della facoltà di legge di Harvard. Il terzo mondoQui è più difficile raccogliere dati precisi, ma la violenza sulle donne in gran parte del mondo è una normale componente del tessuto culturale e non viene identificata come tale neppure dalle sue vittime. Un gruppo di ricerca che investigava nei paesi a sviluppo minimo ha rilevato una stretta connessione tra livelli più alti di violenza contro le donne e società in cui la dipendenza economica femminile dagli uomini è più elevata o dove le donne hanno meno voce in casa o nella società. In molti paesi in via di sviluppo, picchiare la moglie fa parte dell’ordine naturale delle cose, una prerogativa maschile ancora indiscussa: in un distretto del Kenia, il 42 per cento delle donne intervistate venivano picchiate regolarmente dal marito. Lo stupro da parte del marito, poi, è ancora perfettamente legale in gran parte del mondo, e quantificarne l’incidenza è quasi impossibile. Povertà e prostituzioneIn Nepal, circa 10 mila ragazze ogni anno vengono vendute dalle famiglie per essere avviate alla prostituzione. Nell’Asia sudorientale, i trafficanti selezionano le comunità più deboli, arrivano nei villaggi durante un periodo di siccità o una carestia e convincono le famiglie a vendere le figlie in cambio di due soldi. Secondo l’Organizzazione internazionale per l’emigrazione, nei mercati occidentali della prostituzione arriva ogni anno quasi mezzo milione di donne, provenienti un po’ dappertutto.Le mutilazioni genitaliE’ una pratica ancora ampiamente utilizzata, effettuata quasi sempre in condizioni sanitarie abominevoli, senza anestesia e soprattutto su bambine anche in tenerissima età. Gli effetti sulla salute sono devastanti, e colpiscono le donne in ogni momento della loro vita sessuale e riproduttiva. Oggi sarebbero 130 milioni le donne che hanno subito questo genere di mutilazione, e i flussi migratori hanno portato il problema (e le sue conseguenze) anche nelle ricche civiltà occidentali. Lo stuproColpisce ogni parte del globo: i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità fissano tra il 14 ed il 20 per cento il numero di donne che, negli Stati Uniti, subiscono uno stupro durante il corso della vita. Percentuali analoghe sono rilevate in Canada, Corea e Nuova Zelanda. La violenza sessuale è anche un’arma di guerra, solo da poco riconosciuta come tale dalle leggi internazionali. I conflitti con un forte connotato etnico, come quelli nei Balcani o in Africa centrale, vedono l’uso dello stupro come strumento bellico da parte di entrambi i contendenti. Nel 1993, il Centro per i crimini di guerra di Zenica aveva documentato in Bosnia 40 mila casi di stupro, ma le cifre reali sono ritenute ben più alte e vi sono sospetti che persino alcuni soldati dell’Onu si siano resi responsabili di aggressioni.